Pari Opportunità: le tante facce dell'uguaglianza

In campo per le pari opportunità, ho fatto di questa battaglia un vero ideale di vita. Perché ogni individuo ha diritto di AVERE LIBERO ACCESSO A TUTTI I SETTORE DELLA NOSTRA SOCIETA' senza discriminazione alcuna. DALLA PARITA' SALARIALE ALla mobilita' delle PERSONE DISABILI, DALLA MAGGIORE PARTECIPAZIONE DELLE DONNE NEI POSTI DI COMANDO AI DIRITTI CIVILI. FINO AD ARRIVARE ALLa violenza contro le donne e le MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI. 

 

Lo yoga della risata per persone disabili

Art. 3 della Costituzione

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

 

La Costituzione dovrebbe essere sempre la nostra luce guida. Eppure, nonostante si parli del terzo articolo della nostra Carta, ci ritroviamo a non possedere pari diritti e le stesse opportunità. Mi sono chiesta in che modo possa contribuire affinché ogni individuo si veda finalmente  riconosciuta la propria libertà e uguaglianza.

Il concetto di Pari opportunità si basa sulla necessità di uguaglianza giuridica e sociale fra uomini e donne, al fine di rivendicare la propria differenza di genere e di stabilire un giusto rapporto fra i sessi. Il principio che sta alla base di tale assunto è la necessità di dare alle donne la possibilità di compiere delle scelte, sia relative alla vita privata che a quella professionale, senza che esse diventino oggetto di discriminazione.

Manifestazione delle donne

Partendo da questo assunto, è chiaro che oggi, dopo tutti questi anni di battaglie sui diritti, se il paese fosse stato veloce a recepire, vista la crisi economica che ha "divorato" le classi sociali meno abbienti fino ad arrivare al ceto medio, l’espressione Pari opportunità avrebbe dovuto essere superata dal concetto di "Pari opportunità sociali", che abbraccia in modo più ampio la definizione di giustizia sociale verso tutti i soggetti più colpiti dalle discriminazioni e dalla violazione dei diritti. 

Connesso a questo vi troviamo l'inclusione sociale, ovvero la condizione in cui tutti gli individui vivono in uno stato di equità e di pari opportunità, indipendentemente dalla presenza di disabilità o altri fattori che possano limitare l’accesso al diritto formale. 

Fumogeni rosa

Appare chiaro, dunque, che il concetto di pari opportunità sociali non si limita al campo del diritto, ma si applica ad ogni aspetto della vita sociale, del benessere collettivo e della crescita di un Paese. Infatti, viviamo ancora in una società che limita determinati soggetti, a partire dalle barriere architettoniche, fino ad arrivare alle barriere mentali: l’ombra della paura del diverso, spinge infatti la maggioranza delle persone a considerare quasi “invisibili” coloro che vivono la realtà con una percezione diversa da quella largamente attesa e definita dai più “normale”. 

Importanti e fondamentali i traguardi raggiunti nei decenni dalle femministe, dalle organizzazioni e dalle associazioni ma l'errore è stato quello di "mollare la presa" pensando che molto fosse già stato fatto. Il percorso verso la parità è lungo e tortuoso e noi siamo pronte a restare in campo!. 


PARITA' SALARIALE

Logo Equal Pay Day

In Italia esiste una Legge, la 903 del 1977, che disciplina la “parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro”. Ma, in molti casi, la parità di trattamento cui si fa riferimento rimane sulla carta. Si evince dai dati ISTAT sul trattamento pensionistico che segna la metà gli assegni “rosa” sotto i 1000 euro, contro un terzo per quelli maschili, mentre il 15%  delle donne non supera nemmeno i 500 euro mensili. La metà delle interruzioni di lavoro, con fuoriuscita dal mercato del lavoro, arrivano dopo la gravidanza. Nel 60 % dei casi, le donne che hanno lasciato o perdono il lavoro, a seguito della nascita di un figlio, restano inattive per oltre cinque anni. Su questo incide, ovviamente, il fattore “precarietà”. Infatti, sono solo il 61,5% delle donne (contro il 69% degli uomini) ad aver accesso alle tutele e garanzie tipiche del lavoro a tempo indeterminato, mentre la percentuale restante si barcamena tra lavori atipici, senza tutele previdenziali. 

A parità di titolo di studio, poi, il reddito medio dell’uomo è di gran lunga superiore a quello della donna. Meno del 47 % delle donne italiane ha un impiego retribuito, contro il 65 % degli uomini.

Queste sono discriminazioni che continuano a persistere nella società italiana. Tutto ciò è inaccettabile! Le leggi ci sono, basterebbe applicarle e monitorarne l'utilizzo. Basti pensare che in Europa una maggior parità tra uomini e donne contribuirebbe a creare oltre 10 milioni di posti di lavoro in più entro il 2050, facendo crescere il PIL europeo del 10%

Un segnale, in questa direzione, si celebra lo detta un evento mondiale, l'Equal Pay Day. Si tratta del momento, quattro mesi e dieci giorni dopo l'inizio dell'anno, in cui una donna degli Stati Uniti arriverà a percepire l’ammontare di denaro guadagnato nell’anno precedente da un uomo che faccia il suo stesso lavoro e ricopra la sua stessa posizione. Una giornata di protesta, nata più di un secolo fa, nel 1869, in cui si chiede di abbattere la disparità di trattamento economico tra uomo e donna. La data in ogni paese viene calcola in base alla percentuale subita di disparità salariale. Un momento da continuare a celebrare per un tema fin troppo decisivo.

APPROFONDIMENTI:

Guida alla parità salariale (Ministero del Lavoro)

Equal Pay Day (La giornata della parità salariale in Europa) 

Parità salariale - Barbara La Rosa su IoDonna


Parità nei luoghi decisionali: abbattimento del soffitto di cristallo 

Grafico rappresentanza di genere

L'espressione “soffitto di cristallo” ha caratterizzato, spesso inconsapevolmente, l'organizzazione della macchina pubblica italiana e, in maniera particolare, la formalizzazione di una parità di accesso, tra donne e uomini, alle cariche pubbliche, soprattutto quelle che hanno a che fare con le società controllate direttamente dallo Stato. Infatti il soffitto di cristallo di cui si parla non è altro che quella barriera, trasparente ma molto spessa, che, per anni, si è frapposta fra le capacità di una donna meritevole e un avanzamento di carriera di prestigio, eretto, spesso, solo in nome di un incomprensibile pregiudizio. La metafora fu coniata dal movimento femminista degli anni '60, un'epoca lontana, dalla quale tante conquistate sono state fatte.

La Norvegia, in materia di parità, rappresenta un paese guida. Ad esempio, fin dal 2006, aveva obbligato le aziende quotate in Borsa ad avere i propri Consigli di Amministrazione composti almeno dal 40% di donne, pena l'avvio di una procedura di scioglimento. Questa azione legislativa ha funzionato a tal punto che tutte le società di capitali norvegesi ormai soddisfano la regola sulla parità dei sessi. Basti pensare che nel 2002 le donne nei Cda rappresentavano solo il 7%. Ciò che inizialmente può apparire come una ghettizzazione della donna o  un'azione contro il sesso maschile, in realtà è quell'"iniezione" di disparità necessaria per riequilibrare i generi e la rappresentanza. 

Per quanto riguarda il nostro paese, un tentativo riuscito è sicuramente quello definito dal decreto "Quote di genere" in vigore dal 12 febbraio 2013, in attuazione della legge 120 del 2011, ottenuto grazie alla battaglia bipartisan delle allora onorevoli Alessia Mosca (PD) e Lella Golgo (FI) con il quale le società pubbliche vengono obbligate a prevedere nei propri statuti che la nomina degli organi di amministrazione e di controllo sia effettuata in modo da garantire al genere meno rappresentato, almeno un terzo dei componenti di ciascun organo sociale. 

La prima contestazione che veniva posta durante il dibattito sulla legge era la difficoltà nel reperire donne competenti e sufficienti a  ricoprire i posti “liberati” dalla norma nei Cda. Per questo motivo la Fondazione Bellisario diede vita ad un database di profili di donne con tutti i requisiti per accedervi. L’obiettivo era raggiungere quota 1000 ma in poco tempo venne triplicato. Il progetto che è ancora in corso si chiama “Curricula Eccellenti”  e consiste in un database informatizzato continuamente aggiornato dalle stesse candidate dove aziende ed istituzioni accreditate possono attingere ai profili di donne con esperienza rilevante in ambito manageriale, imprenditoriale, legale, consulenziale e/o universitario, pronte a entrare nei CdA e nei collegi sindacali ma anche a ricoprire posizioni e ruoli di vertice. 

La norma ha indubbiamente centrato l'obiettivo, garantendo non solo un numero mai visto prima di donne ai vertici delle grandi aziende di Stato, ma anche generando un trend positivo di accessibilità reale a tutti i ruoli chiave aziendali.

Articolo giornale quote rosa

“In cinque anni abbiamo raggiunto e superato quello che sembrava un traguardo impossibile. Siamo al 33,5% nei Cda delle società quotate, addirittura al 40,2% nei collegi sindacali. Negli organi di amministrazione e controllo delle società controllate siamo passati dal 18,3% al 30,9%. L’Italia oggi non è più fanalino di coda, è accanto a Francia, Svezia e Finlandia. E tra gli unici Paese europei ad aver superato il tetto del 30% di donne nei Cda delle grandi aziende” ad affermarlo è Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario

Ma la questione di parità nelle aziende pubbliche non riguarda solo le pari opportunità ma rappresenta, spesso, anche un vero e proprio cambio di marcia dal punto di vista economico nelle aziende stesse. La stessa Lella Golfo citando uno studio dell’Istituto Europeo per l'Uguaglianza, rivela di aver “analizzato i vantaggi economici della parità di genere nei settori più strategici, da qui al 2050. Per esempio, la parità porterebbe in dote fino a 10,5 milioni di posti di lavoro. E un aumento del Pil pro capite della Ue fino al 9,6%, oltre 3 mila miliardi di euro”. 

Per comprenderne il significato di quanto descritto basti pensare alla forte discriminazione nei ruoli di leadership: le dirigenti donne infatti sono appena il 29 %, contro il 71% degli uomini. Insomma non una questione da poco, su cui, però, bisognerà continuare a tenere alta l'attenzione per garantire l'applicazione della legge e i suoi benefici effetti.


MOBILITA' ED INCLUSIONE SOCIALE DELLE PERSONE CON DISABILITA' MOTORIE E SENSORIALI

Nel nostro Paese, esiste un esercito di “invisibili” a cui è impedita il legittimo accesso ai vari settori della società: dal lavoro, alla cultura, allo sport ed al tempo libero. Sto parlando delle persone con disabilità, cui vengono violati ogni giorno i propri diritti a causa di barriere architettoniche e sensoriali. 
La disabilità motoria

Affronto questa tematica citando il caso più emblematico che coinvolge il Comune di Roma. Nel marzo del 2012, infatti, il Tribunale Civile di Roma condannò lo stesso per “condotta discriminatoria” nei confronti di una persona con disabilità. A questo si aggiungono violazioni quotidiane: basti pensare che nel centro storico solo il 10% delle fermate degli autobus sono accessibili a persone con disabilità, mentre ben 12 delle 27 fermate della linea A della Metropolitana presentano barriere architettoniche. A tutto ciò andrebbe aggiunto, poi, l’annoso problema dell'inaccessibilità alle zone pedonali, marciapiedi e piazze (eclatante fu il caso del rifacimento di Piazza S. Silvestro, sotto l'amministrazione Alemanno, che nel 2011 venne dichiarata non accessibile alle persone con disabilità). 

Roma è solo un esempio che serve a sottolineare la necessità per gli enti locali di attuare un vero e proprio piano di mobilità e un programma di abbattimento delle barriere fisiche, capace di tener conto non solo delle disabilità motorie, ma anche di quelle sensoriali. L’accessibilità, però, non deve significare semplicemente facilitare le condizioni di vita delle persone con disabilità, ma vuole comportare una vera e propria “rivoluzione copernicana” nel modo di intendere la disabilità, la libertà di movimento e l’accesso alla cultura. 

Gli interventi necessari per realizzare una piena parità, eliminando qualsiasi discriminazione, non corrispondono a programmi utopistici e irrealizzabili. Si tratta, al contrario, di realizzare un programma minimo, dai costi contenuti per la spesa sociale. 

Questo programma “minimo” prevede, innanzitutto, come si diceva, un piano della mobilità in tutte le città d’Italia che realizzi pienamente e garantisca la possibilità per l’utente di muoversi e aver libero accesso alla cultura, alla formazione e agli spettacoli. È necessario, quindi, dar respiro ed effettiva esecuzione alla ratifica italiana della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Infatti, all’art. 30 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità si legge chiaramente:

Gli Stati Parti riconoscono il diritto delle persone con disabilità a prendere parte su base di uguaglianza con gli altri alla vita culturale e adottano tutte le misure adeguate a garantire che le persone con disabilità: (a) abbiano accesso ai prodotti culturali in formati accessibili; (b) abbiano accesso a programmi televisivi, film, spettacoli teatrali e altre attività culturali, in formati accessibili; (c) abbiano accesso a luoghi di attività culturali, come teatri, musei, cinema, biblioteche e servizi turistici, e, per quanto possibile, abbiano accesso a monumenti e siti importanti per la cultura nazionale”.

Simboli disabilità sensoriali

Quando si parla di disabilità sensoriale si fa riferimento alle persone affette da patologie come la cecità o l’ipovisone con visus non superiore a 3/10; la sordità o l’ipoacusia con perdita uditiva superiore a 25 decibel in entrambe le orecchie; la sordocecità caratterizzata dalla compresenza delle due disabilità sensoriali visive e uditive. Tali forme di disabilità sensoriale pregiudicano spesso la vita di relazione e la comunicazione, ma anche la quotidianità.

A soffrire di disabilità sensoriali, in Italia, è un esercito di quasi 200mila persone a cui la legge n. 107 del 2010 ha finalmente riconosciuto per la prima volta la sordocecità come una disabilità unica. Ma la legge, pur affermando ciò, definisce sordocieche solo le persone cui siano riconosciute distintamente entrambe le minorazioni, sordità e cecità, sulla base della legislazione vigente. Di fatto, quindi, la sordocecità è considerata ancora come una sommatoria di due distinte disabilità.

Lì dove non arriva la norma, spesso arrivano le attività meritorie del mondo associativo: è il caso dell'associazione “Culturabile” che si occupa di sottotitolazione, audiodescrizione, respeaking per l'accessibilità culturale a favore dei disabili sensoriali al cinema ed al teatro. 

L'audiodescrizione, promossa dal progetto MovieReading. è una tecnica che consiste nell'inserire una traccia audio nelle pause (possibilmente) non pertinenti tra le battute di un dialogo all'interno di un prodotto audiovisivo (film, performance teatrale, evento sportivo o simili) allo scopo di esplicitare ambientazione, costumi, movimenti, gesti e tutti quegli elementi che un pubblico ipovedente o non vedente può ricevere solo attraverso la voce. Questo permette di accompagnare il pubblico ipo- o non vedente nella fruizione di un prodotto audiovisivo, mixando sapientemente oggettività e interpretazione, narrazione e descrizione. E' un lavoro di squadra, che spesso coinvolge anche i soggetti target nella stesura dello script; è un processo collaborativo dall’elevata funzione di inclusione sociale. L'audiodescrizione viene solitamente trasmessa da una cabina di regia direttamente in cuffia. 

Con strumenti innovativi e con gli stessi obiettivi, è nato ad esempio il progetto “AUDIOLIBeRI”, sostenuto da Vera Arma della Onlus CulturAbile, da Laura Raffaeli presidente della Onlus per disabili sensoriali Blindsight Project e da Freerumble (Italian Podcast Network), al fine di diffondere le letture per bambini con disabilità visive e uditive, letture che si rivelano preziose anche per bambini dislessici. “Il progetto – spiegano le componenti delle associazioni - rappresenta un piccolo esempio di buona volontà e sensibilità, per rispettare i diritti fondamentali di ogni essere umano, come quello alla cultura. L’augurio è che si possa arrivare presto alla fruibilità anche per tutte le letture nella scuola dell’obbligo, in particolar modo nella scuola primaria (elementari), che risulta essere priva di sostegno, ausili e letture accessibili per persone con disabilità”.

Sul tema della parità di accesso alla cultura ho avuto il piacere di fornire anche un mio contributo nell'ambito di un convegno organizzato proprio da Blindsight Project a Milano in occasione della Reatech 2012, la Fiera sulle innovazioni per le persone disabili

Blindsight Project nel corso degli anni lanciato tantissime iniziative meritorie sul versante delle disabilità sensoriali che vanno dalle dalla prima edizione del Roma Fiction Fest e della Festa del Cinema di Roma, con proiezioni interamente audiodescrittealla campagna sul Cane guida, alla campagna di sensibilizzazione a favore dei passaggi pedonali liberi chiamata Pedonal Free. Ed ancora, cene sensoriali dove riscoprire l'importanza dei sensi, Gardaland accessibile con il progetto Easy Rider, viaggiare informati con il servizio per la mobilità, formazione nelle scuole per l'abbattimento delle "barriere mentali e del pregiudizio" e corsi di autodifesa "Sensoriali Pad".

Freedom of moving

Ad affiancare il lavoro delle associazioni vi sono poi le imprese sociali ed etiche che apportano un contributo in termini di innovazione tecnologica per l’abbattimento delle barriere architettoniche e sensoriali. Anche questo vuol dire promuovere un’economia della sostenibilità che incentivi un miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilità e, dunque, il progresso sociale. In tal senso non posso non citare il progetto Freedom of moving, ideato da Dario Rolfi imprenditore nel settore dei veicoli con innovazione per la mobilità delle persone disabili, in collaborazione con il giornalista Franco Bomprezzi, disabile motorio, noto per il blog del Corriere della Sera "Invisibili", scomparso prematuramente. 

Il tema di fondo che voglio rappresentare attraverso queste riflessioni tende a non ammainare la bandiera dei diritti: abituarsi alla violazione dei diritti non solo è deleterio ma rischia di aprire le porte ad un arretramento degli stessi. E quando ogni giorno in tutta Italia non si rispettano i diritti delle persone con disabilità? In questo senso lo strumento della class action, ovvero la possibilità di associare più persone in un unico procedimento giudiziario, rappresenta un'arma importante per tutelarsi. 

Ecco, dunque, che parole come collaborazione, buone pratiche, avanzamento dei diritti devono diventare parole d'ordine rispetto ai tanti punti dell'accessibilità che, mai come oggi, riguarda una fetta sempre più cospicua della popolazione.

 

APPROFONDIMENTI:

Secondo Manifesto Europeo sui diritti delle donne disabili

"Voci di donne" - Rapporto di ricerca sulle donne con disabilità 

Video accessibile alle persone con disabilità visive sul rapporto Di.Re contro la violenza sulle donne

Intervista a Laura Raffaeli - Presidente di Blindsight Project

 

APPROFONDIMENTI SU PROGETTI ED ATTIVITA':

Reatech 2012: Blindsight Project dice basta alle parole, chiede fatti e collaborazione tra associazioni

Convegno Reatech sul libero accesso delle persone disabili allo spettacolo e alla cultura

Libero accesso allo spettacolo e alla cultura con l'associazione Blindsight Project di Laura Raffaeli, CulturAbile di Vera Arma, Barbara La Rosa, Elena Fazio (attrice protagonista di Laura per Tutti): atti del convegno

AudioLiberi: la voce delle donne per leggere le fiabe ai bambini con disabilità visive

Lettera al Ministro per la Pubblica Amministrazione (2012): sollecito al rispetto della legge 4/2004 sull'accessibilità degli strumenti informatici

Lettera al MIUR per l'utilizzo nelle scuole di libri di testo accessibili

Lettera al Comune di Parma per un Bando inaccessibile e discriminatorio 

"Laura per tutti" - Lo spettacolo teatrale di Laura Raffaeli

Barbara La Rosa racconta la storia di Laura Raffaeli: in un dramma la forza per aiutare gli altri


STADIO ACCESSIBILE ALLE PERSONE CON DISABILITA' 

Il caso dell'accesso agli stadi di calcio per le persone con disabilità dà il senso di come sia necessario iniziare dai piccoli gesti per garantire i diritti fondamentali. Solo iniziando a trattare il tema della disabilità e dell’accesso al cinema, alla cultura, allo spettacolo, allo sport, ho iniziato a capire realmente cosa volesse dire vivere in una città fatta di barriere. Nel caso dello sport, renderlo accessibile alle persone con disabilità non vuol dire solo permettere di farlo praticare a tutti, ad alti livelli, ma significa anche rendere fruibili i luoghi dove lo si pratica, per garantirne l'inclusione sociale

Disabili allo stadio

In particolare  voglio soffermarmi sull'accessibilità agli stadi, dal momento che in Italia si parla del calcio in tutti i termini possibili tranne che della fruibilità degli stadi. Proprio questo, infatti, è il tema centrale del progetto Stadi Accessibili promosso nel 2014 dal Dipartimento politiche sociali di Myroma, il Supporters Trust dell’A.S. Roma Calcio. Decisi subito di sostenerlo. Tutte le squadre dovrebbero lanciare lo stesso progetto ed unirsi per chiedere l'adeguamento delle strutture. Myroma, era la prima realtà del suo genere nata in Italia, è entrata in contatto con il CAFE (Center for Access to Football in Europe) il quale, con il patrocinio dell’UEFA, si occupa di garantire l’accessibilità degli stadi di calcio europei.

Il CAFE e l’UEFA hanno prodotto la “Guida per le buone pratiche per uno stadio accessibile ed una partita piacevole”, contenente le linee programmatiche in materia di accessibilità. 

Ecco alcune delle attività nate per sensibilizzare gli utenti ed abbattere le barriere architettoniche negli stadi:

1. Audiodescrizione per i Non Vedenti - Per quanto riguarda in particolare i non vedenti, sempre seguendo le linee guida CAFE – UEFA, Supporters Trust chiede alle squadre di implementare un servizio di audiodescrizione delle partite giocate in casa all’interno dello Stadio olimpico: ad oggi, i tifosi non vedenti che si vogliono recare allo stadio, per assistere alla partita, possono richiedere un apposito device con il quale seguire la partita, ascoltandone contemporaneamente l’audiodescrizione.

2. Stadio Bus per i disabili motori - Lo Stadio Bus 2012, per accompagnare le persone disabili allo stadio, è un progetto che si e’ realizzato in occasione del 138° derby di campionato tra A.S. Roma e S.S. Lazio, promosso dall’associazione dell’azionariato popolare giallorosso MyROMA, in collaborazione con la Fondazione Gabriele Sandri e la Cooperativa Sociale Onlus “Nuovi Orizzonti”, con lo scopo di porre l’attenzione sul tema della disabilità.

3. Spazi accessibili all'interno dello stadio - All’interno degli impianti sportivi, dovrebbero esserci spazi accessibili per persone con disabilità – e per disabilità non s’intende soltanto quella motoria ma anche uditiva e visiva – in tutti i settori e non solo nelle aree attrezzate, che creano isolamento invece di creare inclusione sociale.

E le altre squadre di calcio cosa stanno facendo in materia? Hanno recepito la guida? Se la risposta fosse affermativa, i tifosi me lo segnalino al fine di mappare la situazione italiana. L'impegno su questo tema di fondamentale importanza, innanzitutto culturale, non avrà fine fin quando tutti gli stadi non avranno adeguato le loro strutture rendendolo pienamente fruibili a tutte le persone con disabilità.


unioni civili 

Unioni Civili

La data del 5 giugno 2016 resterà una data storica: quel giorno entrò in vigore la cosiddetta “Legge Cirinnà” ovvero l'istituto normativo che prevede, anche in Italia, il riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso, estendendo loro gran parte dei diritti e dei doveri previsti per il matrimonio. La norma, che prende il nome dall'onorevole Monica Cirinnà, prima firmataria del testo di legge, rappresenta un punto di svolta nel nostro paese sul tema dei diritti civili, tanto più se si pensa ai tanti tentativi di legge proposti in tal senso e mai diventati realtà: dal 1986 si contano decine di proposte che, però, hanno trovato una sorte diversa rispetto a quella della “Legge Cirinnà”.

Ma facciamo un passo indietro: fino al giugno 2016 il nostro paese era tra i pochi in Europa a non aver ancora adottato una legislazione in merito alle unioni civili. Il paese apripista in merito fu la Danimarca che legalizzò le unioni omosessuali già nel 1989, a cui fecero seguito Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna e la quasi totalità dei paesi europei che si interrogarono sulla necessità di progredire nel campo dei diritti civili e, in maniera particolare, sulla questione delle unioni civili.

Sebbene l'Italia abbia occupato un ruolo da fanalino di coda sulla questione, è bene citare i tentativi di molti comuni italiani (il primo fu Empoli nel 1993) di dotarsi di registri anagrafici delle unioni civili con l'obiettivo di sollecitare il legislatore nazionale ad intervenire sul tema. A due anni dall'approvazione della norma nazionale sono state circa 8.506 le persone che ne hanno usufruito: la legge prevede che l'unione civile, così come il matrimonio, si costituisca "di fronte all'ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni" con conseguente registrazione dell'atto "nell'archivio dello stato civile". Una volta fatto ciò le parti "per la durata dell'unione civile, possono stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. La parte può anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome". Gli obblighi reciproci sono identici a quelli del matrimonio così come per quanto riguarda la vita familiare. Il regime patrimoniale ordinario è la comunione dei beni, a meno che le parti pattuiscano una diversa convenzione patrimoniale. La legge prevede, inoltre, che la pensione di reversibilità' e il Tfr maturato spettano al partner dell'unione. Per la successione valgono le norme in vigore per il matrimoni: al partner superstite va la "legittima", cioè il 50%, e il restante va agli eventuali figli. Anche in caso di assistenza del partner in carcere e in ospedale i diritti sono identici a quelli dei coniugi.

Nodo arcobaleno

Discorso a parte merita la questione legata alle adozioni: inizialmente il testo di legge prevedeva anche norme sulla stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del proprio partner, che sono state stralciate nell'ambito della discussione parlamentare. Medesimo confronto che, però, ha consentito di inserire la dicitura: "resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti" che dovrebbe consentire ai singoli Tribunali di concedere la stepchild adoption ai singoli casi concreti. Si tratta, insomma, di un passo in avanti atteso e sperato che ha permesso di proiettare il nostro paese in una dimensione davvero europea e di non lasciare questa vicenda ancorata ad insuccessi legislativi ma, soprattutto, di non abbandonare a se stessi i tanti che immaginavano di poter vedere riconosciuta anche dal legislatore una unione che già esisteva nei fatti.

Io sono scesa in campo per molti anni perché ritengo che non vi possano porre limiti legislativi alle varie forme di amore che compongono le coppie. Ma il ringraziamento più grande deve andare alle tantissime associazioni che non si sono mai arrese ed hanno portato le istituzioni a raggiungere questo importante traguardo di civiltà, che per molti è solo il primo passo verso ad un'effettiva parità. 


VIOLENZA CONTRO LE DONNE 

Violenza contro le donne

L'opinione pubblica e le nuove leggi per il contrasto della violenza contro le donne, hanno sicuramente rotto il muro del silenzio su quel tema, che fino a pochi anni prima, rappresentava un tabù. Oggi se ne parla molto, ed è più che un bene. Ma se ne deve parlare nel modo corretto senza creare casi di emulazioni. Bisogna inoltre fare informazione per far sì che le donne denuncino, bisogna formare le istituzioni che intervengono nelle situazioni di emergenza, bisogna finanziare le strutture d'accoglienza, finite nei tagli dello scorso governo, per le donne maltrattate allontanate da casa. 

Le azioni di sensibilizzazione vanno sostenute e promosse perché tanto c'è ancora da fare. E a dirlo sono i numeri: la violenza sulle donne registra, in Italia, secondo l'Istat, ancora numeri da record: il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila), stupro (652 mila) e tentato stupro (746 mila).

Ciò che più colpisce di questi dati è il fatto che il nemico peggiore per le donne si trova in casa propria. Sono infatti alti i dati delle violenze fisiche o sessuali da parte di partner o ex (13,6% delle donne - 2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da un partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro. La violenza può avvenire anche da parte delle donne verso gli uomini ma si tratta di numeri nettamente inferiori. 

Spesso perpetrata tra le mura domestiche o sul posto di lavoro, la violenza può terminare anche con l'omicidio: sono infatti 149 le donne a cui è stata tolta la vita nell'anno 2016.

Ecco che, alla luce di questi numeri, è entrato prepotentemente nel nostro vocabolario il termine “Femminicidio” ovvero qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte. 

Proprio la fase finale, quella dell'omicidio, segna inevitabilmente la sconfitta delle istituzioni che non ha saputo arginare la violenza e non ha saputo innestare, nella società, quei principi di rispetto e di educazione fondamentali per stabilire un rapporto civile. In questo senso la mano pubblica deve rafforzare la formazione di tutti coloro che intervengono in difesa delle donne che subiscono violenza a partire dai medici che prestano il loro lavoro nei pronto soccorso, per poi interessare le forze dell'ordine e, successivamente, la magistratura

Fondamentale deve essere, inoltre, finanziare le associazioni e gli enti che assicurano attività di sensibilizzazione sul tema e che offrono ed organizzano centri antiviolenza. Secondo un rapporto di D.I.Re (Donne in rete contro la violenzatali centri presentano una distribuzione sul territorio italiano ancora disomogenea, con regioni come Toscana (12 centri), Lombardia (10) ed Emilia Romagna (10) già attrezzate sul tema mentre altre regioni ancora più indietro (non più di 6 centri).

Nell'ambito della violenza sulle donne rientra anche il reato di stalking che presenta, purtroppo, numeri non trascurabili: sono 3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l'Istat, le donne che nell'arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno, il 16% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Di queste, 2 milioni e 151 mila sono le vittime di comportamenti persecutori dell'ex partner. Ma il 78% delle donne che ha subito stalking, quasi 8 su 10, non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto. 

Nonostante la recente e buona legge sul reato di stalking ed il contrasto alla violenza, il lavoro da svolgere affonda le radici soprattutto nello società italiana e nella sua cultura che deve essere paritaria e rispettosa delle diversità (Vedi ad esempio "Le figure femminili escluse dai libri di scuola e dalla toponomastica"). Necessario anche l'aiuto ai soggetti violenti che capiscono di aver bisogno di essere aiutati (Vedi l'associazione “Maschile Plurale”) ed un impegno sul cambiamento dei modelli sessisti, misogini e patriarcali (Vedi ad esempio l'associazione “Befree”). Queste realtà meritano tutto il nostro impegno, al fine di agire nelle seguenti aree: 

1) Sensibilizzazione/educazione ai sentimenti/formazione;

2) Contrasto, denuncia/allontanamento da casa/strumenti legislativi;

3) Costruzione nuova vita/laboratori/attività associative. 

 

APPROFONDIMENTI:

I numeri sulla violenza 

D.i.Re Donne in Rete Contro la Violenza | Centri Antiviolenza

RAPPORTO D.i.Re 2016

"Denuncialo" - Campagna contro la violenza 

Servizio manifestazione giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Libri che trattano il tema della violenza contro le donne


MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI 

Strumenti per mutilazioni genitali femminili

Non così lontane: le mutilazioni genitali femminili esistono anche in Italia La pratica tribale di mutilare i genitali femminili non è un fenomeno estraneo al nostro territorio dove circa sessanta mila donne subiscono questa vera e propria tortura. 

Quando parliamo di mutilazioni genitali femminili la nostra mente corre subito lontano dal nostro paese: viaggia verso i continenti, per collocare queste pratiche, che affondano le loro radici nella notte dei tempi, nei paesi più remoti del continente africano oppure in Medio-Oriente. Questo collegamento fa sicuramente riferimento ai luoghi dove tale pratica, soprattutto in determinati gruppi etnici, è maggiormente diffusa, ma la mutilazione dei genitali risulta diffusa anche intorno a noi, lì dove sono presenti soggetti immigrati da gruppi sociali che conservano ancora questa tradizioni.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che siano già state sottoposte alla pratica 125 milioni di donne nel mondo e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno: in questo quadro si colloca anche la situazione italiana. Un documento di Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo), elaborato in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (6 febbraio) dello scorso anno, stima, infatti, che erano circa 57 mila le  donne e ragazze straniere, tra i 15 e i 49 anni, con mutilazioni genitali femminili presenti in Italia nel 2010. 

Particolarmente allarmante, in questo quadro, è la pratica dell'infibulazione: la mutilazione consistente nell'asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali. Una pratica antichissima che si lega alle tradizioni dell'antico Egitto e che trova, in Italia, ogni anno, 2000-3000 bambine a rischio di essere esposte a questa terribile tradizione.

La comunità maggiormente colpita dalle mutilazioni genitali è quella nigeriana, con circa 20.000 donne che le hanno subite (35,5% del totale in Italia), seguita da quella egiziana (circa 18.600 cioè il 32,5%). Il 15% delle donne con mutilazioni genitali viene invece dal Corno d’Africa, in particolare dall’Etiopia (5,5%), dall’Eritrea (4,9%) e dalla Somalia (4%).

I dati ci raccontano di un problema diffuso anche nel nostro paese. Tale pratica va monitorata anche alla luce delle motivazioni che cela. Esse possono essere di ragione sessuale volte a soggiogare o ridurre la sessualità femminile; di natura sociologica e, dunque, legate ad atti di iniziazione per nuove fasi della vita oppure sanitarie, legate alla credenza che la mutilazione favorisca la fertilità della donna, o, infine religiosa, tentando riferimenti in testi come il Corano. 

Adottare provvedimenti su questa vicenda è fondamentale soprattutto alla luce del fatto che dal 2007 non esiste più la Commissione parlamentare per la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile. Mi farò promotrice della riattivazione di tale luogo di discussione, così come intendo promuovere tavoli regionali che si riuniscono a scadenze prefissate, capaci di elaborare e presentare al più presto un piano nazionale dedicato a questa tematica così drammaticamente diffusa anche in Italia.