Terzo settore: il sociale alla base dell'economia del terzo millennio

La cooperazione sociale come strumento per tenere uniti i temi della sostenibilità ambientale, dell'imprenditoria e dello sviluppo intelligente così da generare una nuova Economia.  

 

Immagine riforma del terzo settore

Negli ultimi anni si è verificato un proliferarsi di teorie economiche ed ecologiche basate sulla critica all’attuale sistema di produzione, consumo e sviluppo. È possibile creare uno sviluppo alternativo che unisca la sostenibilità economica,  sociale e la produzione di ricchezza su ampia scala? 

La sostenibilità ambientale e il rispetto dei diritti e delle tutele dei lavoratori non deve essere il vanto “etico” di qualche azienda, ma dovrebbe rappresentare il primo passo per la crescita dell’intera economia. La creazione di reti tra realtà diverse come le imprese, l’associazionismo, il terzo settore e le fondazioni, è utile a rilanciare la crescita economica, grazie alla condivisione delle competenze, delle risorse e dei progetti finalizzati a promuovere nuove realtà imprenditoriali sostenibili.

Immagine omino centro di promo ascolto (CAO)

Da anni faccio parte del “Progetto III Millennio–Eurosystem/Cao”: una realtà dinamica, un progetto socio-economico che vuole rispondere alle esigenze di famiglie, singoli e imprese a partire dai territori. Un sistema virtuoso per dare risposte celeri e concrete grazie ad una rete capillare di professionisti, aziende, associazioni, enti partner del progetto stesso. 

A Cosa mi riferisco quando parlo di “Nuova Economia”?

Negli ultimi anni è stato fatto molto per rendere il Terzo settore più dinamico nel mercato globale e meno dipendente dalle risorse pubbliche. La Riforma del Terzo settore approvata nell’ultima legislatura ha apportato vari cambiamenti, tra cui: l’istituzione di un Registro Unico per le 300 mila organizzazioni di Terzo settore esistenti in Italia, una nuova politica in materia di sgravi fiscali, il Fondo per i progetti innovativi delle organizzazioni, gli incentivi per gli investimenti; inoltre, la Riforma ha ampliato il campo di attività delle imprese sociali a settori come il commercio equo e solidale, l’hosting sociale, il microcredito, l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.

Tuttavia, la limitata distribuzione degli utili è un deterrente per tutte le imprese interessate ad un effettivo coinvolgimento nel settore.  L’ampliamento delle attività delle imprese sociali risulta dunque parziale, considerato che molte aziende sono di fatto escluse dalla possibilità di poter fare “impresa sociale”.

È auspicabile una relazione virtuosa tra mondo no-profit e imprese? 

Si tratta di favorire l’incontro tra due realtà differenti, che operano con modalità e obiettivi diversi, garantendo l’autonoma economia del terzo settore e sostenendo tutte quelle imprese che hanno una vocazione sociale. Entrambe le parti possono beneficiare dell’incontro, in quanto le imprese vedranno un aumento della loro clientela e della fidelizzazione dei consumatori soci, mentre gli Enti del terzo settore vedranno garantirsi l’autonomia economica e finanziaria, riuscendo ad offrire ai cittadini-utenti prestazioni di qualità e corrispondenti a standard di mercato.

Sulla scorta del modello  anglosassone delle imprese sociali che operano con il Servizio Sanitario, è possibile redistribuire gli utili per un ammontare pari ad una determinata percentuale del capitale investito: le Community Interest Company del Regno Unito, ad esempio, non possono distribuire dividendi in misura maggiore al 35% del totale degli utili realizzati e l’utile distribuito per ogni azione non può superare il tasso di prestito stabilito annualmente dalla Banca d’Inghilterra. 

La possibilità di remunerare investimenti in Equity è utile a capitalizzare le imprese sociali. Non si può permettere alla sotto capitolazione di creare condizioni che spingano le cooperative a dichiarare fallimento, mentre coloro che sfruttano il lavoro volontario riescano a proliferare attraverso corruzioni con enti pubblici scambi illeciti. È necessario favorire la disambiguazione delle organizzazioni no-profit, rendere più trasparente la natura e i proventi delle organizzazioni, accelerare i processi di fusione tra diverse realtà imprenditoriali, ed infine rafforzare il meccanismo di interscambio e consociazione alla base della “Nuova Economia”: un esempio virtuoso è costituito dai consorzi, che formano joint venture allo scopo di accedere a finanziamenti europei e partecipare a gare d’appalto.

Questo è l’obiettivo del mio attivismo politico: sviluppare una nuova forma di impresa che tenga insieme le ambizione di chi investe con finalità sociali rivolte, in maniera trasparente, ai settori più complicati della nostra società. 

 

  APPROFONDIMENTI: 

  Progetto Cao

  Italia non profit - Guida alla riforma del Terzo Settore