Claudio, 16 mesi: il padre lo getta nel Tevere per "punire" la mamma

Un PADRE CHE UCCIDE IL FIGLIOLETTO PER FARE UN DISPETTO ALLA COMPAGNA CHE LO HA LASCIATO E ALLA MADRE CHE L'HA accolta in casA, in seguito ai MALTRATTAMENTI SUBITI. UN avvenimento di cronaca CHE diventa IL PRIMO CASO femminicidio triangolato IN ITALIA. 

 

Piccolo Claudio

Claudio era un bambino di 16 mesi, ucciso in maniera agghiacciante dal padre nel febbraio 2012. Il giovane genitore, allora ventiseienne, lo sollevò in aria e buttato giù da ponte Mazzini, a Roma, sotto una neve che cadeva lenta, lasciandosi alle spalle il Tevere che scorreva gelato. Un gesto così terrificante, perpetrato ai danni di un bambino innocente, nascondeva, in realtà, una vendetta ai danni dell’ex convivente che aveva lasciato il padre di Claudio. Da quel momento il bambino era diventato il principale motivo della discordia per via dell'affidamento. Se il piccolo non poteva andare in affido al padre, non voleva che nemmeno la madre l'avesse. Con quel gesto tremendo, però, ha punito anche sè stesso. Il padre del piccolo aveva avuto anche precedenti per spaccio di droga e lesioni; ma quello che ha maggiormente colpito gli inquirenti è  la relazione burrascosa che aveva con la madre del figlio.

Un rapporto di “odi et amo”, fatto di violenza e tante liti: la giovane donna era riuscita ad interrompere la relazione in seguito all’ultima aggressione che l’aveva costretta al ricovero in ospedale a causa delle gravi ferite. Eppure lui era riuscito a vendicarsi e, non potendo colpire la madre, ha compiuto la peggiore delle efferatezze per una madre: uccidere il figlio innocente. 

Questo è un caso emblematico del limite che può raggiungere l’odio di un uomo nei confronti di una donna, la violenza psicologica e fisica che è capace di scatenare. 

Il caso del piccolo Claudio, denominato poi l'ANGIOLETTO DI PONTE MAZZINI ha scosso l’opinione pubblica, spingendo molte associazioni e centri anti - violenza, a costituirsi parte civile nel processo contro l’uomo e ponendo una forte attenzione mediatica sul tema affinché gli organi giudiziari facessero giustizia sulla vicenda. Affianco alla giovane madre anche la nonna del piccolo, la signora Rita che, supportata dall'avvocato Alberto Basciucci, non hanno mai messo di lottare per aver giustizia. 

La perizia del tribunale ha dichiarato l’uomo lucido e cosciente nel momento in cui avvenivano i fatti: il giovane è stato condannato a 30 anni con rito abbreviato sia in primo che in secondo grado per omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela; la Corte di Cassazione ha successivamente confermato tale sentenza. 

Il mio impegno nella vicenda è stato costituirmi parte civile nel processo, come presidente di un'associazione per le pari opportunità, affinché fosse riconosciuta la tesi dell’omicidio come “femminicidio triangolato”. L’esito del processo ha dimostrato che ogni atto di crudeltà, soprattutto contro le donne, deve essere punito in maniera ferma, per mettere fine alla spirale di violenza e dar pace alle vittime inconsapevoli della mano dell’uomo.

 

APPROFONDIMENTI: 

Il caso di cronaca

I funerali

La condanna